Siamo nel 1327, in un’abbazia benedettina isolata dell’Italia settentrionale. Qui il protagonista, Adso da Melk, giovane novizio e narratore della vicenda, arriva insieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville, frate francescano ed ex inquisitore. Quello che inizialmente dovrebbe essere un soggiorno legato a un’importante disputa religiosa si trasforma presto in un’indagine su una serie di misteriose morti che sconvolgono la vita dell’abbazia.
Guglielmo viene infatti incaricato dall’abate Abbone di fare luce sulla morte di Adelmo da Otranto, giovane monaco miniatore precipitato da una delle finestre dell’edificio. Quello che sembra inizialmente un possibile omicidio apre la strada a un mistero molto più grande, nel quale ogni morte sembra essere collegata ai segreti custoditi all’interno della biblioteca dell’abbazia.
Adso, coinvolto direttamente nelle indagini, osserva per la prima volta da vicino il modo di ragionare del suo maestro e si trova immerso in un mondo fatto di fede, paura, superstizione e conoscenza. Durante quei giorni vivrà anche una profonda esperienza personale: il sentimento che prova per una giovane ragazza del luogo lo costringerà a confrontarsi con il desiderio, la colpa e la propria educazione religiosa. È proprio attraverso queste esperienze che Adso passa dall’ingenuità della giovinezza a una maggiore consapevolezza della complessità dell’uomo e della fede.
Le morti, intanto, continuano. Gli indizi conducono progressivamente Guglielmo verso la biblioteca, il luogo più misterioso dell’abbazia e vero centro della vicenda. Non si tratta semplicemente di un luogo in cui sono conservati libri preziosi: la biblioteca è un vero labirinto, accessibile soltanto a pochi monaci, e custodisce testi provenienti da epoche e culture diverse. È proprio il desiderio di accedere a quelle conoscenze proibite a creare tensioni, rivalità e paure.
La ricerca della verità porta così Guglielmo e Adso a confrontarsi con una questione molto più ampia del semplice mistero degli omicidi: chi ha il diritto di possedere il sapere e, soprattutto, chi ha il diritto di diffonderlo? Nel romanzo di Umberto Eco la conoscenza diventa infatti uno dei temi centrali della storia, insieme alla fede, al potere, all’interpretazione e al rapporto tra ragione e dogma.
Nel corso delle indagini emergono inoltre antichi conflitti tra i monaci, interessi personali e segreti che l’abbazia avrebbe preferito continuare a nascondere. Tra i tanti personaggi che popolano il romanzo, alcuni sembrano inizialmente rappresentare la ragione o la fede, ma rivelano progressivamente debolezze, paure e ambizioni. Nulla, nell’universo creato da Eco, è completamente semplice: persino la ricerca della verità può trasformarsi in una forma di ossessione.
A rendere ancora più interessante il romanzo è proprio la figura di Guglielmo. Il suo metodo investigativo si fonda sull’osservazione, sulla logica e sulla capacità di mettere in discussione ciò che apparentemente sembra evidente. Attraverso di lui, Eco costruisce una riflessione sulla possibilità stessa di conoscere la realtà e di interpretare correttamente i segni che ci circondano.
Pubblicato nel 1980, Il nome della rosa è quindi molto più di un semplice romanzo giallo ambientato nel Medioevo. Eco unisce il mistero degli omicidi alla filosofia, alla teologia, alla storia medievale e alla riflessione sul linguaggio e sul sapere. È un’opera complessa e ricca di riferimenti, che richiede al lettore attenzione e partecipazione, ma che proprio per questo lascia numerosi spunti di riflessione.
Sei anni dopo, nel 1986, Jean-Jacques Annaud porta la storia sul grande schermo con Il nome della rosa, interpretato da Sean Connery nel ruolo di Guglielmo da Baskerville e da Christian Slater in quello di Adso. Il film conserva l’ambientazione, il mistero e i personaggi principali del romanzo, ma presenta differenze significative rispetto all’opera di Eco.
Annaud sceglie infatti di concentrarsi soprattutto sulla componente investigativa e sul carattere gotico e misterioso della vicenda, riducendo notevolmente le lunghe discussioni filosofiche, teologiche e semiotiche che caratterizzano il libro. Il risultato è una storia più lineare e immediata, nella quale l’atmosfera cupa dell’abbazia, le morti misteriose e il labirinto della biblioteca assumono un ruolo ancora più centrale. Anche alcuni personaggi e alcune situazioni vengono modificati. Nel romanzo Adso è un novizio benedettino e non conosce inizialmente il passato di Guglielmo come inquisitore; nel film diversi elementi vengono semplificati o modificati. Anche la ragazza incontrata da Adso assume nel film una presenza più significativa, mentre il finale cinematografico si discosta sensibilmente da quello del romanzo.
Il film, dunque, non deve essere considerato una semplice trasposizione fedele del libro, ma una rilettura cinematografica della storia di Eco. Il romanzo privilegia la riflessione sul sapere, sulla fede e sull’interpretazione; Annaud, invece, mette maggiormente in primo piano il mistero, l’indagine e l’atmosfera inquietante dell’abbazia. Il nome della rosa non è sicuramente un romanzo per tutti. È un libro impegnativo, ricco di riferimenti storici, filosofici e religiosi, che può richiedere tempo e attenzione. Ma proprio dietro la complessità del racconto si nasconde una delle sue qualità più importanti: la capacità di trasformare un’indagine su alcuni misteriosi omicidi in una riflessione molto più profonda sulla conoscenza, sulla fede, sul potere e sull’importanza dei libri.
Un romanzo che, nonostante la sua complessità, merita di essere letto almeno una volta nella vita.
