Saracinesche abbassate, vetrine vuote e sempre più locali commerciali sfitti. Il commercio italiano sta attraversando una profonda trasformazione che, negli ultimi anni, ha colpito soprattutto i piccoli esercizi e le attività tradizionali.
Secondo l’analisi “Città e demografia d’impresa” dell’Ufficio Studi di Confcommercio, tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi in Italia 156 mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. Lo studio ha preso in esame 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia, analizzando 18 categorie di attività economiche.
Il fenomeno viene definito “desertificazione commerciale” e sta modificando il volto di molti centri urbani e piccoli comuni. Non si tratta soltanto della chiusura di singoli negozi: quando un’attività di vicinato scompare, vengono meno anche servizi importanti per la comunità e luoghi di incontro che per anni hanno rappresentato un punto di riferimento per i cittadini.
Tra le categorie maggiormente colpite troviamo le edicole, diminuite del 51,9%, i negozi di abbigliamento e calzature (-36,9%), quelli di mobili e ferramenta (-35,9%) e le attività dedicate a libri e giocattoli (-32,6%).
Le ragioni sono molteplici. L’esplosione del commercio elettronico, la diffusione della grande distribuzione e dei discount, il cambiamento delle abitudini d’acquisto e gli elevati costi di gestione rendono sempre più difficile per molti piccoli commercianti mantenere la propria attività. Nel 2025, secondo Confcommercio, le vendite online hanno raggiunto 62,3 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 31,4 miliardi del 2019; rispetto al 2015, il valore delle vendite online è cresciuto del 187%.
Anche i dati più recenti dell’Istat confermano la forza del commercio digitale: a marzo 2026 le vendite del commercio elettronico sono aumentate dell’11,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre ad aprile la crescita è stata dell’8,4%.
La scomparsa dei piccoli negozi, tuttavia, non significa che il commercio fisico stia semplicemente scomparendo: sta soprattutto cambiando forma. Accanto alle attività tradizionali in difficoltà, alcune categorie stanno crescendo. Tra il 2012 e il 2025 sono aumentate, ad esempio, le attività di ristorazione (+35%), le rosticcerie, gelaterie e pasticcerie (+14,4%), le farmacie (+9,8%) e i negozi di computer e telefonia (+7,9%). Particolarmente forte è stata inoltre la crescita degli alloggi destinati agli affitti brevi.
Un altro dato significativo riguarda i comuni italiani: secondo un rapporto sulla desertificazione commerciale, oltre 1.100 comuni non dispongono più di un negozio di generi alimentari, lasciando più di 650 mila cittadini senza questo fondamentale servizio di prossimità.
La sfida, quindi, non riguarda soltanto la sopravvivenza delle singole botteghe, ma il futuro dei quartieri e dei piccoli centri. Salvaguardare il commercio di prossimità significa anche mantenere vivi i territori, garantire servizi essenziali e contrastare il progressivo svuotamento delle strade.
Il negozio sotto casa difficilmente potrà competere con i prezzi e la velocità dell’e-commerce, ma può ancora puntare su ciò che un algoritmo non può offrire: rapporto umano, fiducia, competenza, qualità e conoscenza del territorio. È forse proprio da questi elementi che potrà partire la rinascita delle piccole attività.
